Resistenza e rivoluzione
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Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'occidente né l'oriente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, lo chiamano pace. (Tacito)
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Iraq, dopo cinque anni il presidente parla di vittoria strategica. Obama attacca McCain. A Washington manifestazioni contro la guerra. E parla bin Laden (Matteo Bosco Bortolaso)
La guerra in Iraq, secondo il presidente George W. Bush, «si può e si deve vincere», anche perché lì gli Stati uniti sarebbero vicini a «una importante vittoria strategica» nella guerra al terrore. E in questa guerra, invece, ieri è riapparso Osama bin Laden, con un criptico messaggio che diceva: «La risposta sarà quella che vedete, non quella che sentite».
Le parole di Bush sono l'opposto di ciò che Hillary Clinton aveva detto un paio di giorni fa parlando di «un conflitto che non possiamo vincere». «C'è un dibattito comprensibile, ci si chiede se valeva la pena andare in guerra - ha detto Bush al Pentagono, in occasione del quinto anniversario dell'invasione - ma per me la risposta è chiara: rimuovere Saddam Hussein dal potere era la decisione giusta e questa è una battaglia che l'America può e deve vincere». «Sconfiggere il nemico in Iraq - ha incalzato il presidente - renderà meno probabile dover affrontare questo nemico a casa. I nostri soldati hanno rimosso un tiranno, hanno liberato una popolazione, salvando molti da orrori indicibili». «Un anno fa - ha proseguito - la battaglia in Iraq era incerta, elementi estremisti avevano successo nel tentativo di far piombare l'Iraq nel caos». Ma secondo Bush il cosiddetto surge - l'iniezione di trentamila soldati un anno fa - «ha aperto le porte a una importante vittoria strategica nella più ampia guerra al terrore».
A parere del presidente, alcuni gruppi iracheni locali si sono alleati con le forze americane, costituendo «la prima rivolta di larga scala contro Osama bin Laden, la sua cupa ideologia, la sua rete terroristica». «Per i terroristi - ha continuato - l'Iraq doveva essere il posto dove al Qaeda poteva raccogliere le masse arabe per mandar via l'America. Invece l'Iraq è diventato il luogo dove gli arabi si sono uniti agli americani per mandar via al Qaeda».
Rispondendo indirettamente a chi chiede il ritiro delle truppe, il presidente ha detto «che se permettessimo al nemico di prevalere in Iraq, la violenza ora in declino subirebbe un'accelerazione e l'Iraq piomberebbe nel caos». L'obiettivo, invece, è «che gli Stati uniti aiutino a stabilire la democrazia in Iraq», perché «diffondendo la speranza di libertà in Medioriente, aiuteremo le società libere a radicarsi e quando lo faranno, la libertà porterà la pace che tutti desideriamo».
Le affermazioni di Bush sono state criticate da più parti. Per il quinto anniversario ci sono state proteste in molte città degli Usa. Nella capitale, alcuni pacifisti hanno manifestato davanti all'edificio dell'Internal Revenue Service, sede federale del fisco, e all'istituto dell'American Petroleum: tasse e petrolio, due simboli del conflitto iracheno. A Cincinnati, in Ohio, i manifestanti hanno coperto le vie del centro con 4.000 magliette, una per ogni soldato Usa morto nel conflitto. L'opinione pubblica sembra sempre più distante dal presidente, ormai al crepuscolo del suo mandato. Secondo un sondaggio della Cnn, solo un americano su tre appoggia la guerra. Il 61% degli intervistati, inoltre, ritiene che il prossimo presidente debba ritirare le truppe «entro i primi mesi del suo mandato». Amnesty International, nel recente rapporto Carnage and despair: Iraq Five Years On, afferma che «la situazione dei diritti umani è un disastro». Il comitato internazionale per la Croce Rossa, inoltre, ha pubblicato un altro documento che rileva: «L'impatto disastroso della violenza armata», nonostante i «limitati progressi nella sicurezza in alcune aree».
Ieri, anche il candidato democratico Barack Obama ha parlato di Iraq. A pochi passi da Fort Bragg, enorme base militare, ha attaccato sia la rivale del partito Hillary Clinton che l'avversario repubblicano John McCain, il quale «ha confuso sciiti con sunniti, Iran con al Qaeda», un errore «che forse spiega perché ha votato per andare in guerra contro un paese che non aveva legami con al Qaeda». Il vecchio veterano, secondo Obama, «è assolutamente incapace di capire che la guerra in Iraq ha rafforzato i nemici dell'America». A Clinton, come al solito, Obama ha rimproverato il voto a favore della guerra in Iraq nel 2002. E ha ricordato che «il fronte centrale della nostra guerra contro al Qaeda è in Afghanistan e in Pakistan».
(il manifesto, 20.3.08)

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