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mercoledì, 26 marzo 2008
4000 morti inutili, tranne che per Bush

Secondo il presidente, i soldati Usa caduti dall'inizio della guerra in Iraq, non sono morti per niente. E le vittime irachene, fra 100 mila e 1 milione? (Matteo Bosco Bortolaso)

Quei 4.000 soldati non sono morti per niente. Anzi, «hanno gettato le fondamenta per il futuro delle generazioni a venire». Parola del presidente George W. Bush, che ieri ha espresso «tristezza» per la cifra raggiunta dalle cosiddette casualties, che la domenica di Pasqua hanno superato le quattro migliaia.

Il giro di boa è servito ai candidati democratici alla Casa Bianca per chiedere, ancora una volta, di ritirare le truppe. Hillary Clinton ha ricordato non solo i morti, ma anche le «decine di migliaia di nostri uomini e donne coraggiose che portano ferite visibili e invisibili». «Come presidente - ha detto l'ex first lady - ho intenzione di onorarli, riportando le nostre truppe a casa».

Anche Obama ha reso omaggio alle vittime, sottolineando però che la guerra non sarebbe mai dovuta cominciare e che le truppe devono tornare presto negli Usa.

Da Israele, il vice presidente Dick Cheney ha detto che Bush «porta il peso maggiore» dei 4.000 morti, perché «è lui a decidere di impegnare giovani americani, anche se siamo fortunati ad avere un gruppo di uomini e donne, una forza interamente composta di volontari, che indossano volontariamente l'uniforme». Queste parole di Cheney, pronunciate ai microfoni della Abc, hanno fatto arrabbiare diversi commentatori di sinistra.

La portavoce della Casa Bianca ha detto che il presidente «prova tristezza per questo momento, ma piange ciascina delle vittime». Bush «ha la responsabilità per le decisioni prese - continua la portavoce - così come la reponsabilità per il successo».

Ieri il presidente ha avuto un colloquio in videoconferenza col comandante delle forze Usa in Iraq, il generale David Petraeus, e il suo omologo civile, l'ambasciatore David Crocker, che saranno a Washington l'8 e il 9 aprile per parlare al Congresso. Sarà un momento importante per capire la piega che prenderà la guerra da qui all'ingresso del prossimo presidente alla Casa Bianca, a gennaio 2009.

La quota 4.000 è arrivata pochi giorni dopo il quinto anniversario dell'inizio della guerra. La gran parte delle vittime - 3.863 - è morta dopo il famoso annuncio del presidente del maggio 2003: «Le operazioni di combattimento primarie sono terminate».

Secondo le ultime cifre pubblicate, i militari Usa morti quest'anno in Iraq sono circa un centinaio, meno rispetto agli anni precedenti, visto che su base annua - se la progressione rimane quella attuale - si sarà al di sotto delle 400 vittime.

L'anno più letale è stato il 2007, con 901 morti tra i militari americani. Non era andata molto meglio nel 2004, nel 2005 e nel 2006. Le vittime Usa erano state rispettivamente 849, 846 e 822. È molto elevato il numero dei feriti: ufficialmente appena meno di 30 mila, ma secondo alcune stime circa 100 mila. Molti di loro sarebbero morti nei conflitti precedenti, e devono la vita ai progressi compiuti dalla medicina.

Nelle precedenti guerre combattute dagli Stati Uniti, il numero delle vittime era stato decisamente superiore, come anche il coinvolgimento della popolazione, visto che attraverso la leva obbligatoria tutti o quasi avevano un familiare, un conoscente o un vicino di casa a combattere in Vietnam, a cavallo tra gli anni '60 e '70.

Nella guerra di Corea, tra il 1950 e il 1953, le vittime Usa sono state 12.300 l'anno in media, in quella del Vietnam (1963-75), una media di 4.850 l'anno. In base ai calcoli di Usa Today, tre quarti dei morti sono bianchi non ispanici. In Vietnam la percentuale era del 86%. A frugare tra i dati del Pentagono, si scopre anche che i cosiddetti improvised explosive device - le bombe artigianali - uccidono sempre di più: fino al 2007 avevano ammazzato il 44% dei caduti, ma ora la percentuale è salita al 55%. L'età media dei caduti è 27 anni: quasi la metà dei morti aveva tra i 22 e i 29. Una generazione di giovani mutiliata anche dalle ferite invisibili di cui parla Clinton.

Se i dati sui caduti Usa sono seguiti con attenzione dalla stampa, le cifre sui morti civili iracheni sono incertissime. Sicuramente sono almeno 100 mila, più di venti volte quelle dei soldati a stelle e strisce Ma c'è anche chi parla di un milione.
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Capitolo quattromila

Per l'esercito statunitense, il pedaggio dei caduti in Iraq ha ieri superato la barriera dei 4.000 morti (in cinque anni e tre giorni). Vi andrebbero aggiunti i 308 periti della coalizione (di cui 175 inglesi, 33 italiani, 18 ucraini, 13 polacchi, 12 spagnoli...) e 422 mercenari, o contractors («appaltatori», secondo l'eufemismo invalso), per un totale di 4.730 alleati uccisi. (Marco d'Eramo)

La notizia è che questa notizia non fa più notizia. Lo stillicidio delle morti è equiparato a quello delle vittime del traffico: se ne parla - in un trafiletto - solo in caso di decessi multipli (i 700.000 civili iracheni uccisi sono addirittura ignorati).

Non sono solo i morti a non fare più notizia negli Stati uniti, è la guerra stessa. Ancora nei primi nove mesi del 2007 riguardava l'Iraq il 18% delle notizie di apertura, ma solo il 9 % nei tre mesi successivi e appena il 3% nei primi tre mesi di quest'anno. Come se i media si fossero all'improvviso distratti, tanto che è stata loro diagnosticata quella sindrome di «deficit di attenzione dovuta a iperattività» (la sigla inglese è Adhd) che negli Usa colpisce milioni di pargoli vivaci curati a colpi di Ritalin (una varietà di anfetamina).

Ma è dubbio che il Ritalin possa guarire i giornalisti: l'amministrazione Bush fa di tutto per insabbiare la guerra. Ricordate quando un malaugurato osò fotografare le bare dei caduti che venivano sbarcate negli Usa? Sembrò che avesse rivelato un (osceno) e pericoloso segreto militare. Mai il presidente o il vicepresidente hanno assistito a un funerale. Per la prima volta nella storia, gli statunitensi sono orfani di eroi. Per una società educata a dividere il mondo in buoni e cattivi, e a vivere ogni guerra come un western in cui alla fine i buoni (americani) vincono, l'Iraq è il primo western all'italiana, dove anche i buoni sono cattivi che torturano i cattivi. Ma certo, se la strategia è «riferisci solo le notizie positive, e taci le negative», in effetti c'è poco da riferire dall'Iraq. E se l'unico fatto positivo degli ultimi mesi è che la media mensile dei caduti americani è crollata da 90 a 30, tanto più è opportuno tacere.

Più in profondità, il silenzio dei media corrisponde al bisogno di rimuovere, come il fastidio di un fumatore quando si parla di tumori: «Lo so, ma non voglio parlarne». È l'ansia di rimuovere, ancor più della recessione in corso, a far retrocedere la guerra al secondo posto nelle priorità della campagna presidenziale, dopo l'economia. La guerra vissuta come un fardello da sopportare e di cui nessuno sa davvero come disfarsi. Al di là della retorica elettorale, nessuno ha una ricetta facile su come districarsi dal ginepraio iracheno. Allora tanto vale lasciar scorrere il flusso dei morti, anche se sai che per ognuno di questi caduti dovresti, parafrasando Bob Dylan, porre la domanda: «Come fai a chiedere a un uomo di essere l'ultimo uomo a morire per uno sbaglio?»

(il manifesto, 25.3.08)

Postato da: e.p. a 12:02 | link | commenti
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