Resistenza e rivoluzione
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Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'occidente né l'oriente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, lo chiamano pace. (Tacito)
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La legge sulla privatizzazione del petrolio iracheno è bloccata - giustamente - in parlamento per i notevoli dissensi suscitati dalla proposta ispirata dagli occupanti, ma gli Stati uniti non possono più aspettare e così hanno trovato il modo per aggirarla. (Gi. Sgre.)
Anche perché urge aumentare le esportazioni di 500 milioni di barili al giorno, come farà l'Arabia saudita. Naturalmente non si tratta solo di competizione o di cercare di calmierare il prezzo del petrolio (tanto ci pensano le speculazioni ad aumentarlo) ma di cominciare a far «rendere» l'occupazione. Come? Siccome non è possibile lanciare una gara d'appalto per assegnare lo sfruttamento dei vari pozzi in assenza della controparte irachena (la legge per la creazione dell'ente nazionale dei petroli iracheni è contenuta in quella sulle privatizzazioni), gli Usa hanno individuato quattro compagnie petrolifere che si sono distinte per il lavoro «caritatevole» svolto finora, guarda caso con il ministro del petrolio iracheno, alle quali affidare la modernizzazione degli impianti. Le quattro «sorelle», che vedranno il loro lavoro ripagato in natura, con il petrolio, sono la Exxon Mobil, la Shell, la Total e la Bp. Le stesse che avevano sfruttato il petrolio iracheno dal 1929 al 1972, quando Saddam l'aveva nazionalizzato. E, manco a dirlo, saranno quelle favorite - con questi precedenti «filantropici» - dalle gare d'appalto quando queste saranno possibili, si dice fra un paio d'anni.
D'altra parte, finora, non si trovavano compagnie disposte ad investire ingenti capitali in Iraq per modernizzare gli impianti resi obsoleti da anni di embargo e successivo abbandono da parte dei tecnici iracheni a causa della messa fuori legge del partito Baath, senza la garanzia di poter sfruttare i giacimenti. I problemi di sicurezza sembrano in parte superati almeno a Bassora, nonostante lo scontro tra gli americani (che al confine con l'Iran stanno costruendo una megabase militare) e le milizie sciite. Nel sud infatti si estrae la maggior parte dell'oro nero iracheno. A Kirkuk, il cui status non è ancora stato definito (la città è rivendicata dai kurdi), la situazione è più problematica non solo perché si trova in una zona «contestata» ma anche per i sabotaggi degli oleodotti.
Sebbene la legge per la privatizzazione non sia ancora stata approvata i kurdi, come succede anche in altri settori, hanno cominciato a sfruttare la risorsa che potrebbe rendere il miraggio di un nucleo di stato kurdo una realtà. Peraltro in Kurdistan sono stati scoperti giacimenti che non erano mai stati individuati prima, forse perché Saddam non voleva concedere quest'arma ai «nemici». Quindi non sono solo le quattro compagnie scelte dagli Usa ad aver messo le mani sul petrolio iracheno, in Kurdistan stanno già sfruttando i nuovi pozzi la turca General Enerji , la norvegese Dno e la svizzero-canadese Addax Petroleum. Non solo. In vista delle gare di appalto era già stata selezionata una lista di compagnie «appaltabili», tra le quali vi è anche l' Eni.
(il manifesto, 20.6.08)

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