Resistenza e rivoluzione
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Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'occidente né l'oriente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezza e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, lo chiamano pace. (Tacito)
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Il «patto di sicurezza con gli Stati uniti», approvato dal governo iracheno, è stato definito dalla Casa bianca «un passo importante e positivo»: esso autorizza le forze Usa a restare in Iraq per altri tre anni dopo il 2008. E dopo il 2011, ha precisato un portavoce iracheno, «spetterà al nostro governo concludere un altro accordo». Contemporaneamente, il presidente eletto Barack Obama ha dichiarato nell'intervista alla Cbs News che, appena si insedierà, «comincerà ad attuare un piano di riduzione delle truppe in Iraq, particolarmente alla luce dei problemi che abbiamo in Afghanistan, dove la situazione continua a peggiorare». (Manlio Dinucci)
Obama conferma così il suo programma. «È tempo di voltare pagina», dichiarò nel discorso pronunciato a Washington il 1° agosto 2007: «Quando sarò presidente, condurrò la guerra che deve essere vinta, con una strategia complessiva: uscire dall'Iraq e passare al giusto campo di battaglia in Afghanistan e Pakistan; sviluppare le capacità e partnership di cui abbiamo bisogno per distruggere i terroristi».
Il problema, che l'amministrazione Bush passa a quella Obama, è «come uscire dall'Iraq», dove gli Usa si sono impantanati spendendo finora per la guerra circa 700 miliardi di dollari, al ritmo di oltre 10 al mese. È qui che entra in gioco il futuro vicepresidente, Joe Biden, l'influente senatore democratico che ha però finora mantenuto un basso profilo. Il 26 settembre 2007 ha fatto passare al Senato, con voto bipartisan (47 democratici e 26 repubblicani), un emendamento favorevole a «una soluzione politica in Iraq basata sul federalismo». Esso prevede «il decentramento dell'Iraq in tre regioni semi-autonome: sciita, kurda e sunnita» con un «limitato governo centrale a Baghdad». Il piano, cui l'amministrazione Bush si è opposta, ha suscitato in Iraq un forte contenzioso, in quanto la maggior parte delle riserve petrolifere si trova nelle regioni sciita e kurda.
L'amministrazione Obama seguirà la strada aperta dall'emendamento Biden? Un paese con «un limitato governo centrale», praticamente smembrato in tre «regioni semi-autonome», permetterebbe agli Stati uniti di mantenere quest'area strategica sotto il proprio controllo, accordandosi con gruppi di potere locali e sfruttandone le rivalità. Permetterebbe loro anche di stipulare accordi separati per mantenere una presenza militare, diretta o indiretta, nelle zone chiave, soprattutto quelle petrolifere. Le compagnie si stanno già accaparrando lucrosi contratti accordandosi, più che col governo centrale, con gruppi di potere regionali: la Shell ha concluso, il 22 settembre, un accordo per una joint-venture che dovrebbe sfruttare il gas prodotto dall'estrazione petrolifera nella zona di Bassora. Tutto questo dovrebbe funzionare, sulla carta. La disastrosa esperienza dell'amministrazione Bush ha però dimostrato che i guai sono cominciati proprio quando il presidente annunciò trionfante, nel 2003, «missione compiuta».
A complicare ulteriormente il quadro c'è il fatto che l'amministrazione Bush, pur avendo i giorni contati, non sta con le mani in mano. Nel Bahrain, sede del comando centrale delle forze navali Usa e della Quinta flotta, è arrivata dall'area della Sesta flotta (con base a Gaeta) la nave da assalto anfibio Iwo Jima, che guida un gruppo di spedizione da attacco di sette unità, con a bordo 6.000 marinai e marines. Una delle unità da sbarco del gruppo Iwo Jima, la Carter Hall, dislocata nel Golfo arabico, svolge il ruolo di «base di addestramento galleggiante» di marinai e marines iracheni, perché un giorno «eventualmente assumano il compito, oggi svolto dalla coalizione, di proteggere le infrastrutture marittime». Dell'Afghanistan si occupa invece la portaerei Theodore Roosevelt che, accompagnata da quattro navi da guerra, è stata dislocata nel golfo di Oman: da qui i suoi aerei bombardano l'Afghanistan per appoggiare le forze della coalizione. Intervengono così nel «giusto campo di battaglia».
(il manifesto, 18.11.08)

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